2011/01/30

Il Libro dell'Inquietudine



Una sola cosa mi meraviglia di più della stupidità

con la quale la maggior parte degli uomini vive la sua vita:

l'intelligenza che c'e' in questa stupidita.

La monotonia delle vite comuni è apparentemente terribile.

Sto pranzando in questo dozzinale ristorante e guardo,

oltre il banco, la figura del cuoco e, vicino a me, il vecchio cameriere

che mi serve come, da trent'anni credo, serve in questa trattoria.

Che vita è la vita di questi uomini?

Da quarant'anni quell'uomo passa quasi tutta la giornata in una cucina;

gli sono consentite brevi pause; dorme poche ore;

ogni tanto torna al suo paesino, dal quale rientra senza esitazione

e senza dispiacere; mette da parte lentamente denaro lento

che non intende spendere; si ammalerebbe se dovesse lasciare

definitivamente la sua cucina per i campi che ha comprato in Galizia;

sta a Lisbona da quarant'anni e non è mai stato alla Rotunda

né a un teatro; solo una volta al Coliseu:

pagliacci nelle riposte vestigia della sua vita.

Ignoro con chi si è sposato e perché, ha quattro figli e una figlia,

e il suo sorriso nel chinarsi dall'altra parte del banco

esprime una grande, solenne, soddisfatta felicita. Egli non simula

e non ha motivo di simulare.

Se sente questa felicità significa che ce l'ha davvero.

E il vecchio cameriere che mi serve e ha appena posato davanti a me

quello che deve essere il milionesimo caffè

dell'atto di posare un caffè sui tavoli?

Conduce la stessa vita del cuoco,

a soli quattro o cinque metri di distanza:

quei metri che separano colui che si muove nella cucina

da colui che sta nella sala da pranzo della trattoria.

Per il resto, ha solo due figli, va più spesso in Galizia,

ha vissuto più Lisbona dell'altro e conosce Oporto

dove ha vissuto per quattro anni - ed e' ugualmente felice.

Rivedo, con meraviglia sgomenta, il panorama di queste vite e,

nel provare spavento e pena e sdegno, mi accorgono

che non provano spavento né pena né sdegno

proprio coloro che ne avrebbero tutto il diritto:

coloro che vivono quella vita.

E' questo l'errore centrale dell'immaginazione letteraria:

essa suppone che gli altri sono noi e che devono sentire come noi.

Ma per fortuna dell'umanità, ogni uomo è soltanto chi è,

e al genio è concesso soltanto di essere qualche persona in più.


(Fernando António Nogueira Pessoa )

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