Un giapponese con gli occhi blu e grigi di laghi e piombo,
figlio di una donna mezza tedesca.
Lei lo immagina vivo alla fine della guerra, camminare
in una città di pazzi appena liberata, dove lo avrebbero ammazzato
come gesto preventivo. Si immagina con Lui. Li avrebbero cercati,
inseguiti e linciati.
Massacrati, faccia a terra, dalla folla.
Sarebbero morti con la testa sporca di polvere e sangue,
a mezzo metro di distanza l'uno dall'altra
e come ultima cosa i loro occhi.
Io so che Lei sogna di continuo queste scene di violenza
e le trova rincuoranti. E' felice di morire lì, nel fango con Lui.
Du bist die Liebe meines Lebens.
E' l'idea di morire in un letto, circondata da gente che piange
dicendo d'amarla e che Lei non conosce, a terrorizzarla.
E' l'idea di morire a settant'anni, con il volto trasfigurato dal tempo
e il cuore sfigurato dall'assenza di Lui. Sola e fredda.
E' questo genere di idee, che non comprendono Lui,
nelle quali Lui è già morto da troppo tempo.
Morto da sempre. Sono questi destini a devastarla.
Un'intera esistenza sconvolta dall'aver mancato la possibilità
di morire viva, di vivere la morte insieme.
E' terribile.
Ogni giorno, alle quattro del mattino prima che sorga il sole,
io guardo Lei attraversare tutti gli specchi di casa,
vedo Lui non esistere in nessun luogo e sento il crepitio
dell'orrenda foiba di tempo che se li risucchia a pezzi.
E' una scena da incubo completamente muta, che si ripete
per anni sotto ai miei occhi, sempre identica.
Non ne posso più. Li odio.
Poi una mattina di un giorno imprecisato, sono sempre le quattro
e il sole non è ancora sorto, Lei svuota scatole di medicine
e si impicca. La vedo farlo e non faccio nulla.
Non la fermo, non posso.
So che in quel momento la sua intera esistenza acquisisce
misteriosamente un senso. Un significato unico, una volta per sempre.
Nel frattempo io torno libera.
Finalmente non sono più costretta a guardarla,
grazie a Dio è finita.
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